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Le classifiche si basano non sulla finanza ma sul rispetto dei diritti. Vincono Nuova Zelanda e Paesi nordici, la Turchia è in fondo. L’Italia oscilla. Ecco i nostri punti critici

[Fonte: Corriere della Sera, Buone Notizie - di Fausta Chiesa]

Dare i voti ai Paesi (e alle aziende) non in base a criteri finanziari ed economici per sapere se meritano il nostro credito (cioè i nostri soldi), ma in base a criteri «etici»: come il «tasso» di democrazia, il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente e l’esistenza (e la qualità) dello stato sociale. Non solo e non tanto debito, deficit, Pil, insomma, ma libertà politica e di espressione, diritti sindacali, istruzione, ecologia e tutto quanto contribuisce a fare una nazione democratica e sostenibile.

Si chiama «giudizio di sostenibilità» e lo emette Standard Ethics Rating, una società indipendente, molto diversa dalle «big 3» (Standard & Poor’s, Ficth e Moody’s), perché valuta Paesi e aziende analizzandone la sostenibilità ambientale e sociale e la governance, verificando e misurando se e quanto si adeguano ai principi e alle indicazioni (che sono volontarie) delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) e dell’Unione Europea. La società ha sede a Londra, ma è stata fondata da italiani, tra cui Jacopo Schettini Gherardini che ora è il direttore dell’ufficio rating (dopo un passato in Hsbc e in altre istituzioni finanziarie tradizionali): «La valutazione avviene attraverso una serie di parametri, che segue una gerarchia prestabilita: i più alti sono i report di Onu, Ocse e Ue, ma utilizziamo anche statistiche e analisi di Ong autorevoli come Amnesty International, anche se con un peso minore».

In pratica, il rating di Standard Ethics misura la distanza dei Paesi (e delle aziende) dall’etica con principi oggettivi e una visione di sistema. La «non investibilità» parte da «E-», quelle poco prima sono a investimento parziale. La «F» corrisponde al «titolo spazzatura» usato dalle agenzie tradizionali. E che cosa ci dicono i rating? «In generale - risponde Schettini Gherardini - i Paesi europei hanno buone valutazioni, in particolare quelli nordici, per quelli non europei si va di caso in caso: dalla tripla E della Nuova Zelanda ai casi più problematici.

Il caso peggiore, attualmente, è la Turchia che dopo essere stata progressivamente declassata negli anni ha ricevuto un «warning» (avviso) e potrebbe diventare il corrispondente di un «titolo spazzatura». «Il declassamento è legato all’involuzione costituzionale - spiega Schettini - e al fatto che il tasso di democrazia in Turchia si è abbassato in modo considerevole. Le motivazioni principali sono la repressione della stampa, il sistema giurisdizionale con i licenziamenti massicci dei giudici e la non indipendenza della magistratura, l’istruzione sotto il controllo del partito di maggioranza, la mancanza di libertà politica e di espressione». Altro caso critico è l’Egitto, che ha una singola E-, ma c’è una relativa stabilizzazione e non sta peggiorando.

Gli Stati Uniti non hanno la tripla E ma si fermano a «EE+» (hanno due triple A finanziarie da parte di Fitch e Moodys’, mentre per S&P sono AA+) perché, dice Schettini, «pesano due cose: l’aumento della disuguaglianza interna come conseguenza diretta di provvedimenti e decisioni (per esempio l’uscita dall’accordo Onu sull’immigrazione) e l’allontanamento dal diritto internazionale». Tra i Paesi etici due casi emblematici sono la Norvegia e lo Stato del Vaticano.

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: https://www.corriere.it/buone-notizie/18_maggio_15/non-solo-pil-sfida-stati-aziende-chi-piu-etico-fa44d022-5859-11e8-9f2b-7afb418fb0c0.shtml

 [Fonte: Vita.it - di Lorenzo Maria Alvaro]

Presentata la ricerca “Indagine sull'educazione musicale per i ragazzi tra gli 8 e i 13 anni sul territorio milanese” curata da Fondazione Milano, Fondazione Cariplo e Innovation Team di MBS Consulting che ha intercettato 59 realtà educative della città. La grande criticità sono le risorse

Numerosi professionisti, insegnanti, educatori, esperti che operano in campo musicale hanno partecipato al Convegno che si svolto oggi presso l'Auditorium Lattuada di Milano.

Il Convegno, intitolato Sostenere l'educazione musicale, ha presentato i dati della ricerca che la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado di Fondazione Milano, ente formativo di grande tradizione nei campi della cultura e delle arti performative, con il contributo di Fondazione Cariplo, da sempre impegnata nel sostegno di progetti educativi, ha condotto sui bisogni, le attività e le prospettive della formazione musicale per i giovani dagli 8 ai 13 anni nel territorio milanese. La ricerca ha coinvolto le scuole e le istituzioni educative musicali pubbliche e private cittadine. L’indagine è stata condotta dalla società di ricerca Innovation Team - Gruppo MBS Consulting.

All’evento di presentazione dei risultati hanno partecipato personalità delle istituzioni pubbliche, educative, e della cultura musicale: Laura Galimberti, Assessore all’Educazione e Istruzione del Comune di Milano; Marilena Adamo, Presidente di Fondazione Milano Scuole CivicheAndrea Rebaglio, Vice Direttore Area Arte e Cultura di Fondazione CariploEnea Dallaglio, Amministratore Delegato di Innovation TeamAndrea Rapaccini, Presidente di MBS ConsultingLuigi Berlinguer, Presidente del Comitato Nazionale per l'apprendimento pratico della musicaAndrea Melis, Direttore della Civica Scuola di Musica Claudio AbbadoCiro Fiorentino, Presidente di SIEM (Società Italiana Educazione Musicale) e coordinatore scuole a indirizzo musicale Ufficio Scolastico Regionale Lombardia; Daniele Biccirè, Presidente di SIEM Milano; Carlo Delfrati, Saggista e docente di metodologia della didattica musicale.

In conclusione, nella sezione riservata alle buone pratiche, il Comitato Scientifico del Convegno Sostenere l'educazione musicale ha segnalato sei scuole che si sono distinte per la creatività metodologica nell'insegnamento: gli Istituti IC Calasanzio SMS “G. Negri”, l'IC Cuoco-Sassi-Verdi, Associazione Mondomusica, Associazione Musica XXI, Associazione Ottava Nota e Associaizone Song.

La ricerca 
La ricerca “Indagine sull'educazione musicale dagli 8 ai 13 anni sul territorio milanese” è nata con l’obiettivo di valutare la situazione attuale della formazione musicale e lanciare al settore nuove e più ambiziose sfide, e rappresenta in modo dettagliato lo stato e le esigenze nella fascia preliminare all’istruzione superiore: una fase cruciale nel percorso educativo, non solo per coltivare le abilità musicali dei giovani, ma per contribuire alla loro crescita culturale globale. Fare amare la musica ai piccoli è infatti la condizione per avere un pubblico di adulti appassionati e dotati di senso critico, anche solo come spettatori.

La musica è poi occasione di integrazione e scambio culturale fin dalla più tenera età.

L'aumento delle iscrizioni alle istituzioni musicali testimonia inoltre la crescita della domanda e dell’attenzione delle famiglie. L’indagine evidenzia quindi il fabbisogno, nel sistema educativo musicale milanese, non solo di risorse finanziarie e tecniche, …

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/05/22/educazione-musicale-un-motore-di-inclusione-che-ha-bisogno-di-una-rete/146935/

I centri di ascolto dedicati a prevenzione, gravidanza, aborto, salute sessuale hanno perso il carattere di intervento socio-sanitario.

[Fonte: Corriere della Sera, Buone Notizie - di Margherita De Bac]

Hanno ancora senso i consultori? Non esita Marina Toschi, vicepresidente dell’associazione Agite, i ginecologi del territorio:«Chi ci ha dedicato la vita come me risponde sì, sì e di nuovo sì. I centri hanno anticipato la medicina di genere e le attività multidisciplinari per la donna. È stata un’intuizione. Ora ne è rimasto ben poco ma i bisogni non sono diminuiti, pensiamo soltanto alle tante immigrate e alle giovani di adesso che non ne hanno mai sentito parlare. Vanno difesi e reinventati, fatti conoscere e messi sul web». Non ha perso lo spirito degli anni 70, Marina, pioniera delle «creature» della legge che li ha istituiti nel ’75, responsabile dei consultori del Distretto del Trasimeno, Umbria. Come 43 anni fa è convinta sia necessario dare riconoscimento e impulso ai servizi nati come luoghi di ascolto di donne, figli, coppie, dedicati a prevenzione, procreazione responsabile, salute sessuale, gravidanza, aborto, infertilità, mansioni queste ultime due attribuite con successivi interventi legislativi.

Ogni Regione ha sviluppato con delibere locali alcune delle indicazioni generali inquadrate dalla cornice nazionale. Risultato, una diversità di interpretazione che in certi casi ha stravolto la natura dei consultori. Il rischio è che perdano identità e vengano omologati alle tradizionali strutture di specialistica ambulatoriale, denuncia nel libro edito da «L’asino d’oro» nel 2013, Giovanni Fattorini, uno dei protagonisti della fase di partenza in Emilia Romagna. Non solo. Gli attori della rivoluzione sono sulla via del pensionamento. Con loro se ne sta andando lo spirito di quegli anni: «Da tempo chiediamo dignità professionale per gli operatori. I consultori sono spesso unità operative di serie C, sganciate dal resto della Sanità, estranei ad ogni logica di carriera e di percorso formativo del medico».

Il processo di perdita delle caratteristiche iniziali è scattato a fine Anni 90: «Tendono a trasformarsi in meri punti di erogazione di servizi già forniti in ospedale, perdono quel carattere distintivo di intervento socio-sanitario», nota il ginecologo Corrado Melega nella prefazione al libro di Fattorini. Alcune Regioni invece continuano a crederci, come Emilia Romagna, Toscana, Piemonte e Lazio che ha appena assegnato un finanziamento di oltre 13 milioni per il rilancio delle attività di prevenzione e screening oncologici. Qualcosa forse sta cambiando. Il 28 maggio si riunisce al ministero della Salute il tavolo di lavoro istituito dalla ministra Beatrice Lorenzin che ha incaricato l’Istituto Superiore di Sanità di procedere a un’indagine approfondita, la prima. Quanti sono i consultori, dove sono, l’organico, il profilo degli operatori, che attività svolgono. Serena Battilomo, che si occupa di promozione e tutela della salute della donna al Ministero, pensa a un osservatorio permanente.

I dati disponibili sono vecchi e incompleti. L’unico riferimento è la tabella allegata alla relazione annuale sulle legge 194 (interruzione volontaria di gravidanza). I consultori pubblici sarebbero 1.944, i privati 147. L’ultima conta ministeriale risale al 2008: i pubblici risultano 2097. Dal ‘75 a oggi c’è una novità. I nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza, cioè l’elenco delle prestazioni riconosciute e rimborsate dalla sanità pubblica) pubblicati a gennaio 2017, all’articolo 24 hanno definito le attività dei centri. Viene anche elencata l’informazione sugli anticoncezionali, spesso trascurata.

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https://www.corriere.it/buone-notizie/18_maggio_22/hanno-ancora-senso-consultori-bisogni-non-sono-diminuiti-3bcc9b10-5daa-11e8-b13c-dd6bf73f9db5.shtml

 [Fonte: Vita.it - di Ottavia Spaggiari]

A pochi giorni dall’entrata in vigore del nuovo regolamento sulla protezione dei dati, una breve guida ai cambiamenti principali e alle misure prioritarie da adottare per adeguarsi. Tutte le aziende e le organizzazioni, anche non profit, saranno infatti soggette alla normativa

Manca pochissimo all’entrata in vigore del GDPR. Dal prossimo 25 maggio, infatti tutti gli Stati UE faranno riferimento ad un unico impianto legislativo in materia di privacy: il Regolamento UE 2016/679, noto come General Data Protection Regulation (GDPR). Un unico ombrello normativo reso necessario dall’innovazione tecnologica che vede proprio i dati e il loro trattamento come uno degli aspetti più delicati.

Cosa cambia per le aziende e le organizzazioni

Tutte le aziende e le organizzazioni, anche non profit, saranno soggette al Regolamento, indipendentemente dalla tipologia, dal fatturato e dal numero dei dipendenti.

Ogni dato riconducibile ad una persona fisica sarà infatti oggetto di tutela e ogni organizzazione che tratta dati personali dovrà adempiere agli obblighi imposti dal regolamento.

«Ciò significa che anche le aziende di piccola dimensione, impegnate magari in settori più tradizionali dovranno comunque adeguarsi al GDPR», spiega Andrea Giannangelo, CEO di Iubenda, la startup specializzata nella creazione di privacy policy, oggi attiva in circa 100 Paesi. «Anche se il core business di un’azienda non riguarda il trattamento dei dati personali infatti, tutte le imprese si trovano comunque a trattare i dati dei propri dipendente e fornitori».

Secondo Giannangelo, in realtà il GDPR non fa che rafforzare misure che erano già in vigore, ad essere avvantaggiate nell’adozione della normativa, per gli esperti, saranno infatti le organizzazioni che avevano già sviluppato sistemi virtuosi nella gestione dei dati. «Il GDPR garantisce una serie di tutele ulteriori per l’utente», continua Giannangelo, «come la possibilità di accedere ai dati e richiederne la cancellazione e la modifica e la portabilità». Nel caso in cui decidessimo di cambiare il fornitore di posta elettronica, ad esempio, il vecchio fornitore dovrà facilitare il passaggio, cedendo i dati che sono stati raccolti su di noi.

Per il trattamento dei dati sarà poi necessario che le persone prestino validamente il consenso con un’informativa completa, in cui dovrà essere specificato il periodo di conservazione del dato, cioè il termine entro cui questo dovrà essere cancellato.

Fondamentale sarà poi l’archiviazione dei dati, poiché l’organizzazione dovrà essere sempre in grado di dimostrare di aver ottenuto il consenso.

Una novità normativa dunque, che si rifletterà sull’intero sistema organizzativo, rendendo necessaria l’adozione di nuove misure , tecniche e tecnologiche e ripensando i propri processi interni per garantire una protezione adeguata dei dati.

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/05/22/gdpr-e-non-profit-tutto-quello-che-ce-da-sapere/146936/

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