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È il progetto di Fondazione Tog messo a punto con il Mondino di Pavia e sostenuto da Just Italia. Un puntatore oculare consente ai bambini di comunicare con gli occhi

[Fonte: Corriere della Sera, Buone Notizie di Paola D’Amico]

Sono come crisalidi, chiusi in un bozzolo. Non parlano, non possono esprimersi con i gesti né trasmettere le emozioni. Solo lo sguardo può aprire un varco sul loro mondo interiore. Ogni anno, migliaia di bambini nascono affetti da sindromi genetiche o sono colpiti da paralisi cerebrali infantili che impediscono il normale processo della crescita, segnando spesso in modo indelebile la loro vita e quella delle famiglie. Per loro la Fondazione «Tog Together to Go» ha studiato un puntatore oculare o eye tracker che consentirà ai bambini di comunicare attraverso gli occhi. Ed è il progetto avanzato di tecnologia digitale che «Fondazione Just Italia» (www.fondazionejustitalia.org) ha selezionato quest’anno e deciso di sostenere con la campagna «Diamo voce ai tuoi occhi». Partita da uno stanziamento iniziale di 300 mila euro, la raccolta fondi tramite la vendita di uno speciale miniset benefico ha raggiunto in poco tempo la cifra finale di ben 340 mila euro. «È un progetto straordinario che ci ha colpito per l’uso utile e benefico delle tecnologie», spiega Marco Salvatori, presidente della Fondazione nata nel 2008 per volontà dell’omonima azienda di Grezzana (Verona) che distribuisce i cosmetici svizzeri Just tramite party a domicilio e ha deciso di testimoniare il proprio impegno sociale sostenendo ogni anno un progetto nazionale di ricerca medico-scientifica o di assistenza sociosanitaria per l’infanzia. «Ci sentiamo partecipi di una grande speranza - aggiunge la vicepresidente Daniela Pernigo -, dare voce a questi bambini e scoprire tutto il loro potenziale».

Non è una scienza nuova l’«oculometria», nota anche come monitoraggio oculare: è il processo di misurazione del punto di fissazione oculare o del moto di un occhio rispetto alla testa. Misure che si ottengono tramite un tracciatore oculare (eye tracker) e possono essere utilizzate nello studio anatomico e fisiologico dell’apparato visivo, nella linguistica cognitiva o nella progettazione di prodotti commerciali. Consente di rilevare, per esempio, gli aspetti su cui si focalizza l’attenzione del consumatore. Nuovo è invece il puntatore studiato a misura di questi bambini: un sistema personalizzabile, associato ad un software semplificato che utilizza stimoli visivi e sonori e necessita di programmi di apprendimento basilari. Fondazione Tog (www.togethertogo.org) , che dal 2011 è attiva a Milano con un «Centro di Eccellenza per la Riabilitazione di bambini con patologie neurologiche complesse» e cura gratuitamente 114 bambini offrendo loro un percorso riabilitativo personalizzato, l’ha progettato insieme al Centro di Neuroftalmologia dell’età infantile della Fondazione Mondino di Pavia (www.mondino.it). Trenta sono al momento i bimbi inseriti nel progetto.

«Il nostro eye-tracking - spiega infatti Antonia Madella Noja, segretaria generale di Fondazione Tog - è un sistema assemblato di strumenti acquistabili sul mercato, più semplici e meno costosi. Esistono già altri puntatori oculari, ma sono prevalentemente destinati a pazienti con patologie neuromuscolari e hanno costi alti. La disponibilità di strumentazioni più semplici e meno costose ci consentirà di ampliare il numero di piccoli che ne potranno beneficiare. Creeremo - conclude - un software di giochi e attività di apprendimento che permetterà l’utilizzo di questa tecnologia a bambini con paralisi cerebrali infantili e sindromi genetiche con ritardo mentale».

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Marco Calamai, una carriera in Serie A, allena autistici, disabili, down, iperattivi. «Guardare il canestro è una rivoluzione per chi è abituato a tenere gli occhi verso terra»

[Fonte: Corriere della Sera, Buone notizie - di Roberto De Ponti]

Il canestro sta lassù, in attesa di un pallone, 305 centimetri sopra quel gruppo di ragazzi tanto rumorosi quanto disciplinati. In mezzo a loro, un allenatore che tradisce la propria età, 66 anni, solo per il colore dei baffi, ormai tendente al grigio, ma che sul campo mette stessa energia e stesso entusiasmo dei suoi allievi. Guidato da una filosofia semplice ed efficace: «Il canestro, quel canestro, è una metafora ma è assolutamente reale. Il basket è lo sport più bello e intelligente del mondo perché è l’unico sport che tende al cielo». Che detto così non sarebbe poi niente di speciale, se non fosse che a guardare al cielo sono ragazzi che lontano dal campo di gioco raramente alzano la testa.

Autistici, per la maggior parte. Disabili, down, caratteriali, iperattivi. Le definizioni pesano come pietre. Eppure. «Eppure guardare in alto, verso il canestro, è una rivoluzione per chi è abituato a tenere gli occhi verso terra, è come se scoprissero un mondo nuovo». In realtà, più semplicemente, scoprono il mondo, punto. Il tizio con i baffi che urla istruzioni, incita, lancia il pallone, fa correre il gruppo, si chiama Marco Calamai. È l’allenatore. Non è un allenatore qualsiasi: 365 partite in panchina in serie A parlano per lui. Tra Ferrara, Pavia, Reyer Venezia, Firenze, Fortitudo Bologna, Libertas Livorno. Sempre alternativo.

Classe 1951. Sciarpa, baffoni e capello lungo. La mattina, anziché andare in palestra, faceva fruttare la sua laurea in filosofia insegnando lettere in un liceo. «Credevo che svegliarsi il lunedì mattina rimuginando su una partita persa per un canestro sbagliato fosse un errore, così ho deciso di continuare a fare il professore anche quando l’attività di allenatore è diventata una professione vera: a scuola dovevo pensare a insegnare, a risvegliare la curiosità dei miei studenti. Nient’altro». Non un allenatore qualsiasi. Votato allenatore dell’anno in serie A nel 1982, campione del mondo alla guida della Nazionale militare nel 1990. Fu lui a far debuttare un giovanissimo Gianmarco Pozzecco a Livorno, quel Pozzecco che poi avrebbe trascinato l’Italia fino all’argento olimpico di Atene 2004. Insomma, una carriera vera. Poi la svolta. Nel 1994 Livorno, la sua squadra salta: non ci sono più soldi. Calamai non si guarda neppure in giro, non cerca un’altra panchina, a 43 anni si scopre stanco. «All’improvviso mi sono reso conto che non insegnavo più, che dovevo ogni giorno lottare con ragazzi che non vivevano la palestra come un gioco ma come un lavoro e che ascoltavano solo se stessi e i procuratori. E ho detto basta».

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Migliaia di italiani ogni anno cadono in raggiri online che fanno leva anche su temi di rilevanza sociale. Nel 2016 ben 20.832 fra i 18 e i 65 anni. Ecco i trucchi per difendersi

[Fonte: Corriere della Sera, Buone Notizie - di Martina Pennisi]

«Se la cestinate non avete cuore». Comincia così e rimbalza da un telefonino all’altro. Via WhatsApp, Facebook o attraverso la posta elettronica. La storia è straziante: un bambino di 10 anni, una malattia che sembra non lasciare scampo. Poi una flebile e costosa speranza, una richiesta d’aiuto, il nome di un’Associazione e un conto corrente. «Aiutateci», la richiesta fatta circolare su piattaforme che hanno una capacità di propagazione inedita nella storia. Oppure: «Aiutiamo i nostri fratelli del Centro Italia». Si riferisce al terremoto, su Facebook, con una pagina creata ad hoc a poche ore dal sisma che ha devastato Amatrice e le zone circostanti. Bastano 5 euro, da versare su un conto che dovrebbe appartenere alla Protezione civile, ma non è vero.

E ancora: falsi medici che organizzano raccolte fondi per il cancro o dottori reali costretti a smentire richieste di denaro a loro nome per presunti pazienti in fin di vita. «Il fenomeno è sempre esistito, con internet si è moltiplicato. Prima le truffe di questo genere avvenivano con il contatto diretto con gli anziani, adesso si insinuano in contesti spazio-temporali di stanchezza o rilassatezza attraverso mail, pop-up o i social network», spiega Anna Rita Carollo, commissaria capo della Polizia di Stato. Mentre stiamo consultando messaggi di lavoro o giocherelliamo distrattamente sulle piattaforme social rischiamo di diventare bersaglio di bufale e tentativi di raggiro che fanno leva sulla nostra sensibilità o su temi di rilevanza sociale.

Qualche dato della Polizia postale: nel 2016 in Italia sono stati truffati online 3.419 over 65 e 20.832 persone di età compresa fra i 18 e i 65 anni. I denunciati ammontano a 3.468. Interessanti anche le cifre relative a quanti hanno inoltrato una segnalazione o una richiesta di informazioni sul sito apposito commissariatodips, sulle truffe ma non solo, nella sezione «collabora»: rispettivamente, 19.492 persone per la prima cosa e 17.374 per la seconda. Siamo sempre nel 2016, cui risalgono i dati più aggiornati. Carollo è ottimista: «La partecipazione conferma che c’è una sempre maggiore consapevolezza dei rischi e dei meccanismi in questione. Inoltre, pur essendo in crescita, le truffe non procedono in modo direttamente proporzionale all’uso che si fa di internet (a navigare, secondo gli ultimi dati Audiweb, sono ormai 34,2 milioni di italiani, 13 milioni dei quali lo hanno fatto solo dagli schermi mobili, ndr)».

L’altra nota positiva è che esistono stratagemmi e accorgimenti per mettere al riparo se stessi e combattere la circolazione dei raggiri. «Diffidate, prima di tutto, dei singoli che chiedono dati personali e l’invio di piccole somme», spiega Carollo. Bisogna poi «evitare di usare canali privati come WhatsApp e la email, perché sfuggono ai controlli e agli accorgimenti tecnici dei canali ufficiali per fermare i truffatori», prosegue. Insomma: le chat e i servizi che usiamo per rimanere in contatto con amici e colleghi non sono il contesto ottimale per fare beneficienza. «Quando vengono citati enti o persone più o meno note è sufficiente fare un ricerca su internet per verificare se esistono…

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Grazie a una borsa di studio e a un tutor, 333 ragazzi in tutto il mondo sono stati premiati dal progetto «Diventerò» di Fondazione Bracco. Ora il 70% fa il lavoro che desiderava. Ecco 4 storie

[Fonte: Corriere della Sera, Buone Notizie - di Paola D’Amico]

Il progetto «Diventerò»

È la «valigia dei sogni» dei ragazzi che diventa realtà. Grazie a una borsa di studio e a un tutor. C’è poi una grande community, costituita da chi è già entrato nel programma «Diventerò», che ha preso il via sei anni fa: 333 ragazze e ragazzi in tutto. Ma il progetto ha fatto un passo in più, prevede anche di misurare nel tempo l’impatto sociale che ne deriva, in termini di crescita personale e professionale dei giovani selezionati: a oggi il 70 per cento ha trovato un solido impiego. Era il 2012 quando Fondazione Bracco lanciò il nuovo progetto sociale «Diventerò» rivolto ai giovani. Ecco 4 storie di chi ce l’ha fatta.

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