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[Fonte: Vita.it - di Ottavia Spaggiari]

Picco di adesioni a Refugees Welcome Italia, l’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati, che negli ultimi otto giorni ha registrato un aumento di oltre l’80% nelle iscrizioni con circa 40 nuove famiglie pronte ad aprire le porte a chi scappa da guerre, persecuzioni e povertà

È un’altra Italia quella raccontata dai dati di Refugees Welcome. L’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati negli ultimi otto giorni ha registrato un aumento di oltre l’80% nelle iscrizioni alla piattaforma. «È come se avessimo assistito ad un’esplosione della società civile. Tra le motivazioni per cui decidono di fare questo passo, molti riportano il bisogno di attivarsi in un momento di fortissima chiusura da parte del governo», spiega Musicco, Presidente di Refugees Welcome Italia, che oltre all’aumento delle iscrizioni ha ricevuto anche un forte incremento nella richiesta di volontariato.

Questo uno dei messaggi ricevuti dall’Associazione: «Vorremmo fare qualcosa di concreto per aiutare chi è in difficoltà. Crediamo sia giusto per chi, come noi, vive in un paese meno svantaggiato di altri e che attraversa una fase storica in cui il senso di umanità sembra essere smarrito. Speriamo davvero di poter, nel nostro piccolo, fare la differenza».

Novanta le famiglie che hanno partecipato al progetto negli ultimi due anni e mezzo. Un target misto, dalle giovani coppie, agli anziani, alle famiglie con figli. «Solitamente le convivenze durano tra i sei mesi e un anno. Qualcuna si trasforma e la persona rimane all’interno della famiglia. Certo è che in molti casi l’opportunità di essere accolti in casa rappresenta un vero e proprio momento sliding door per le persone che, in questo modo, entrano in un ricco circuito relazionale».

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/19/i-porti-chiudono-ma-sempre-piu-italiani-aprono-le-loro-case/147271/

[Fonte: Vita.it]

Il VII rapporto dell’Osservatorio Ubi banca su “Finanza e Terzo settore” mette la lente su cooperative sociali e start up innovative a vocazione sociale: cresce la domanda di servizi digitali (in particolare legati alla raccolta fondi) e l’interesse per gli strumenti ad impatto sociale

Banche e Terzo settore, a che punto siamo? A mettere il termometro sul tasso di crescita dei fabbisogni finanziari del mondo dell’economia civile da sette anni a questa parte è l’osservatorio di Ubi Banca su “Finanza e Terzo settore”. La VII edizione del dossier realizzato con il supporto scientifico di Aiccon (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit) che vita.it ha potuto consultare in anteprima e che verrà reso pubblico nei prossimi giorni sul sito dell’istituto di credito, mette la lente in particolare su due grandi famiglie dell’imprenditorialità sociale made in Italy: le cooperative sociali (imprese sociali di diritto in base alla riforma del Terzo settore) e le startup innovative a vocazione sociale (SIAVS).

Prosegue dunque l’osservazione delle principali tipologie giuridiche di organizzazioni non profit, partita nel 2011 con l’analisi annuale della cooperazione sociale, cui si è aggiunto nel corso degli anni il focus sull’associazionismo (2012), sulle fondazioni (2013), sulle imprese sociali aventi forma giuridica di Srl (2014), sugli ibridi organizzativi a matrice cooperativa (2015) e sull’associazionismo di grandi dimensioni (2016).

Le cooperative sociali:

Secondo i recenti dati rilasciati da Istat a dicembre 2017 (anno di riferimento: 2015), le cooperative sociali in Italia sono pari a 16.125 unità, occupano 416.097 dipendenti e 43.781 volontari.

L’analisi restituisce una fotografia della cooperazione sociale italiana che evidenza, rispetto alla precedente edizione dell’Osservatorio, da un lato, la crescita per il 2018 delle previsioni di entrate derivanti dai rapporti con il pubblico (+7,6%) e dall’altro, un ulteriore miglioramento delle previsioni di crescita (+10,0% rispetto all’anno precedente) delle entrate da vendita di prodotti e servizi sul mercato, a conferma di un crescente orientamento da parte della cooperazione sociale italiana verso una domanda pagante diretta al fine di raggiungere la propria sostenibilità economica, strategia che si è andata consolidando negli anni osservati.

In termini di utilizzo dei servizi bancari offerti, emerge soprattutto una richiesta di servizi basati sulle tecnologie digitali ICT (Internet Banking, POS, firma digitale) e di supporto in termini di sviluppo di servizi rivolti alla raccolta fondi. Rispetto all’utilizzo di servizi/strumenti messi a disposizione dagli istituti di credito con cui si hanno rapporti, il 96% delle cooperative sociali indica infatti di aver fruito di servizi digitali, mentre relativamente alla richiesta di sviluppo di nuovi strumenti/servizi in capo alle banche, l’istanza principale (quasi 7 cooperative su 10) riguarda il supporto alla raccolta fondi (-6% sull’anno precedente).

In crescita la richiesta di supporto in termini di servizi di fidelizzazione degli stakeholder (+1,1%). Diminuiscono le richieste di finanziamento sia a supporto dell’attività che degli investimenti (-3,6% sul 2016). In sostanziale stabilità, oltre ai servizi digitali, il dato sull’utilizzo dei servizi bancari assicurativi (+0,4%).

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/19/imprese-sociali-ecco-cosa-chiedono-alle-banche/147257/

[Fonte: Vita.it]

Fondazione CON IL SUD e Associazione Artur presentano l’elaborazione di dati “Miezz’a via”. I numeri dimostrano, come spiega il presidente Carlo Borgomeo, che «un ragazzo che frequenta attivamente un centro di aggregazione giovanile “costa” quattro volte meno rispetto a un minore che entra nel circuito penale»

Il 18 dicembre 2017, nella centralissima via Foria a Napoli, un gruppo di minorenni ha aggredito un ragazzo di 17 anni, Arturo. Dopo una serie di spintoni, risate, insulti, l’hanno accoltellato al petto e alla gola. Purtroppo non è un episodio isolato. Ogni volta, seguono denunce e condanne, mentre i media danno spazio a interpretazioni sociologiche più o meno condivisibili. Raramente si va oltre la retorica o la richiesta di maggiore repressione.

A sei mesi esatti dall’episodio, Fondazione CON IL SUD e Associazione Artur hanno promosso un incontro pubblico per fare il punto su cosa è accaduto e cosa dovrebbe invece accedere, con la partecipazione del presidente della Camera Roberto Fico; il presidente della Fondazione CON IL SUD Carlo Borgomeo; la presidente dell’associazione Artur e docente alla Parthenope Maria Luisa Iavarone, madre di Arturo; l’attore Salvatore Sasà Striano e con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato l’assessore regionale alla Sicurezza urbana Franco Roberti; l’assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Annamaria Palmieri; il rettore dell’Università Parthenope Alberto Carotenuto.

«Per troppi ragazzi la strada è l’unico punto di riferimento», ha dichiarato in apertura Maria Luisa Iavarone presidente di Artur, «questo è il fallimento di un’intera comunità. La missione pedagogica dell’associazione Artur è contrastare, curare, corresponsabilizzare».

Il fenomeno della devianza e della criminalità giovanile non può certo essere affrontato solo con un presidio più serrato delle forze dell’ordine e con pene più severe. Al contrario, proposte che prevedono tempi di attuazione molto lunghi rischiano invece di deresponsabilizzare le comunità locali nel presente. Forte della sua esperienza sul campo e conti alla mano, la Fondazione CON IL SUD propone un modello alternativo concreto, sostenibile, immediatamente praticabile e con risultati lungimiranti: i centri di aggregazione giovanile.

«Il fenomeno della devianza e della criminalità minorile è strettamente legato alla dispersione scolastica e alla mancanza di opportunità e di politiche di coesione sociale», afferma Carlo Borgomeopresidente della Fondazione CON IL SUD, «Abbiamo elaborato dei dati: un ragazzo che frequenta attivamente un centro di aggregazione giovanile “costa” quattro volte meno rispetto a un minore che entra nel circuito penale. Togliamo i ragazzi dalla strada e offriamo loro opportunità e fiducia, oltre a rispondere a diritti negati e disuguaglianze inaccettabili, scopriamo che è una soluzione perfino conveniente».

Dai dati elaborati dalla Fondazione CON IL SUD – disponibili da oggi sul sito www.fondazioneconilsud.it - emerge che, per quanto riguarda il circuito penale minorile, il costo medio annuo per utente è di 6.200 euro (92% relativo alle carceri e il restante ai tribunali), mentre un ragazzo che frequenta un centro di aggregazione ha un “costo” medio annuo che varia dai 500 ai 2.200 euro, a seconda della tipologia di centro e dall’intensità educativa proposta.

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/18/le-baby-gang-frutto-della-dispersione-scolastica-la-risposta-sono-i-ce/147259/

 [Fonte: Vita.it]

Pubblicato lo studio intitolato ”Media devices in pre-school children: the recommendations of the Italian pediatric society”. Ecco tutti i casi in cui, secondo i pediatri, smartphone e tablet non vanno mai usati e quelli invece in cui il loro uso va limitato

I pediatri italiani prendono posizione sull’utilizzo di smartphone e tablet da parte di bambini in età prescolare. Lo fanno con uno studio pubblicato su Italian Journal of Pediatrics, a firma di Elena Bozzola, Giulia Spina, Margherita Ruggiero, Luigi Memo, Rino Agostiniani, Mauro Bozzola, Giovanni Corsello e Alberto Villani intitolato Media devices in pre-school children: the recommendations of the Italian pediatric society. Lo studio è consultabile integralmente.

Le conclusioni? In linea con quanto già affermato dall'American Academy of Pediatrics e con le linee guida australiane, i pediatri della Società Italiana di Pediatria consigliano di non utilizzare mai dispositivi multimediali:

  • nei bambini sotto i 2 anni di età
  • durante i pasti
  • almeno per un’ora prima di coricarsi
  • in caso di programmi ad alto ritmo, app con contenuti violenti
  • come "ciuccio emotivo", per mantenere i bambini tranquilli nei luoghi pubblici.

Suggeriscono invece di limitare l'esposizione ai media device:

  • a meno di 1 ora al giorno nei bambini di età compresa tra 2 e 5 anni
  • a meno di 2 ore al giorno nei bambini di età compresa tra 5-8 anni
  • solo in presenza di un adulto, poiché i bambini dovrebbero condividere l'uso di dispositivi multimediali con chi si prende cura di loro, al fine di promuovere l'apprendimento e le interazioni del bambino. In un mondo in cui i bambini stanno "crescendo digitali”, i genitori svolgono un ruolo importante nell'insegnare come usare la tecnologia in modo sicuro. Le famiglie dovrebbero monitorare i contenuti multimediali dei bambini e le app utilizzate o scaricate.
  • le app vanno testate da un adulto prima di farle utilizzare dal bambino. Più di 80.000 app sono etichettate come educative, ma poche ricerche hanno dimostrato la loro reale qualità. I genitori dovrebbero controllare che app, giochi e programmi siano adatti all'età per fare le scelte migliori per i loro figli.

Infine, i pediatri devono ricordare alle famiglie che i genitori dovrebbero essere un buon modello di comportamento: i bambini sono grandi imitatori…

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/15/mai-sotto-i-2-anni-il-decalogo-dei-pediatri-per-tablet-e-smartphone/147238/

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