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 [Fonte: Vita.it]

L'Osservatorio Socialis-Ixé ha presentato i dati del VIII Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia che ha visto 1,4 miliardi di euro investiti in azioni di RSI nell'ultimo anno e, su un campione di 400 aziende con più di 80 dipendenti, la percentuale delle realtà che credono in questo strumento è passata dal 44 per cento del 2001 all'85 per cento di oggi

Quasi un miliardo e mezzo di euro (1,412 miliardi di euro) investiti in azioni di CSR (Corporate Social Responsibility) dalle aziende italiane che hanno scommesso sul loro ruolo di responsabilità sociale. Cioè il 25% in più rispetto al dato del 2015 (1,122 miliardi). L’85% delle aziende ha scelto di scommettere sulla Csr (era l’80% nel 2015), un valore quasi doppio, rispetto a quello di sedici anni fa, quando iniziò la rilevazione dell’Osservatorio Socialis.

Attenzione al territorio e alle comunità locali, alle azioni di riduzione dell’impatto ambientale per le spese energetiche e per la raccolta dei rifiuti: ma anche grande e crescente attenzione al coinvolgimento dei dipendenti e al supporto della cultura aziendale. L’VIII Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia è stato presentato a Roma con la partecipazione di Acea, Ferrovie dello Stato, MSD, Prioritalia e Terna presso il Ministero dello Sviluppo Economico. L’iniziativa è realizzata dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione, in collaborazione con l'istituto Ixè, e ha rilevato i dati su un campione rappresentativo di 400 aziende italiane con più di 80 dipendenti.

«Gli investimenti in percorsi di responsabilità e sostenibilità sono ormai avvertiti come necessari, anche grazie alla spinta dei consumatori», ha spiegato Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis, «e stanno mettendo radici nelle organizzazioni che vogliono stare sul mercato in maniera più efficace e duratura. La sfida ora è far diventare la CSR (e i suoi protagonisti) più popolare, riconoscibile e contagiosa, premiando chi forma il personale, è coerente, condivide a tutti i livelli, ascolta gli stakeholder, comunica e informa, programma e misura la responsabilità sociale».

Il valore economico della Csr
Più di 200mila euro (209mila per l’esattezza) la media di spesa/investimento nel 2017 per le imprese italiane: +18,7% rispetto al 2015, quando la cifra media per azienda era ferma a 176mila euro. La previsione di spesa 2018 per azienda arriva a 267mila euro (+27,8%). Nell’impegno attivo in CSR si registrano vistose differenze di comportamento tra i settori economici; quelli più attivi sono: il chimico della gomma/plastica, il meccanico/auto, il finance, il commercio, l’elettronica/informatica/telecomunicazioni. L’incidenza dell’impegno in attività di CSR è maggiore tra le aziende quotate in Borsa.

Gli obiettivi della Csr: uno sviluppo sostenibile 
Le aziende che fanno attività di CSR vogliono “contribuire allo sviluppo sostenibile” (35% delle risposte) e vogliono essere “responsabili verso le generazioni future” (32%) e vogliono “migliorare i rapporti con le comunità locali” (29%).

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/22/csr-nel-2017-in-italia-cresce-del-25-per-cento/147314/

 [Fonte: Vita.it - di Laura Solieri]

La foto di copertina è di Franca Catellani

Una ricerca universitaria sull’emporio Portobello di Modena ha calcolato l’impatto sociale della struttura. Fa aumentare il potere d’acquisto e lo stato d’animo dei beneficiari. E per ogni euro di costi si genera un valore quattro volte superiore in termini di volontariato

L’Emilia-Romagna ha la più alta concentrazione regionale degli empori solidali sparsi sul territorio nazionale (116 secondo un recente conteggio della Caritas Italiana). Sono sempre di più, inoltre, i territori, anche piccoli comuni, che avviano studi di fattibilità per dotarsi di un proprio emporio, segno che questo tipo di intervento è ormai riconosciuto come innovativo ed efficace. Ma qual è il loro impatto sociale sul territorio? Alla domanda cerca di rispondere una ricerca realizzata dal Capp (Centro di analisi di politiche pubbliche) dell’università di Modena e Reggio Emilia, intitolata “Indagine valutativa su Portobello Emporio Sociale di Modena”, a cura di Massimo Baldini, Marco Ranuzzini e Giovanni Gallo.

La ricerca - voluta dal Centro di servizio per il volontariato di Modena dopo tre anni di vita del progetto - è stata realizzata nel 2017 e fa riferimento ai dati 2016-2017. La prima parte è basata su interviste a un campione dei beneficiari; la seconda è un’analisi costi-benefici e mira a comprendere se l’emporio raggiunge soddisfacenti risultati dal punto di vista sociale. L’obiettivo era valutare se l’apporto in termini di benefici per la collettività fosse maggiore dei costi che la stessa deve sostenere per il progetto, tentando di dare un valore monetario anche a variabili difficili da quantificare, come il valore del volontariato.

Ne emerge anzitutto che Portobello rappresenta un rilevante aiuto per le famiglie in difficoltà socio-economica. Incrociando i dati amministrativi e i risultati delle interviste, si evidenzia che l’emporio copre mediamente il 40% delle spese per consumi familiari dei suoi utenti, determina un aumento complessivo del potere d’acquisto pari a circa 800 euro nei sei mesi di accesso e permette al 50 per cento delle famiglie beneficiarie di pagare le bollette arretrate. L’emporio sostiene inoltre la ricerca del lavoro, genera una più adeguata gestione del bilancio familiare, aumenta l’inclusione sociale e incoraggia all’attività di volontariato, migliorando lo stato d’animo di chi vi accede. Infine, Portobello incentiva all’acquisto di alimenti salutari e all’adozione di uno stile di vita più sano, e riduce lo spreco alimentare.

Quanto all’impatto sociale di Portobello, esso è stato positivo al netto di tutti i costi. L’emporio è in grado di attivare volontari che producono benefici sia personali che per la collettività; basandosi sulle proprie forze, crea inoltre valore attraverso la redistribuzione totale dei beni ricevuti sotto forma di donazioni. In pratica, calcolano i ricercatori, un euro investito nel progetto Portobello rende almeno il quadruplo in termini di volontariato.

Sono risultati che fanno ben sperare anche per l’apertura a Vignola di Eko, l’emporio solidale dell’Unione Terre di Castelli: inaugurato sabato 16 giugno, è il quarto che sorge in provincia di Modena dopo Portobello, Il pane e le rose a Soliera e Il Melograno a Sassuolo. Con la nascita di Eko, Modena si conferma quindi “terra di empori”, una provincia particolarmente sensibile e desiderosa di dare risposte innovative alle nuove forme di povertà.

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/19/lemporio-solidale-migliora-la-vita-e-vale-quattro-volte-la-spesa/147272/

 [Fonte: Vita.it]

Così Henrietta Fore, Direttore generale dell’Unicef commenta ciò che sta accadendo negli Stati Uniti dove per una modifica al regolamento sull’immigrazione voluta dall’amministrazione Trump, circa 2mila bambini sono stati portati via alle famiglie

Le storie di bambini, alcuni dei quali solo piccolissimi, separati dai genitori mentre cercano sicurezza negli Stati Uniti sono strazianti. I bambini, indipendentemente dalla loro provenienza o dal loro status migratorio, sono prima di tutto bambini», ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell’Unicef.

«Coloro che sono rimasti senza altra scelta che fuggire dalle loro case hanno il diritto di essere protetti, accedere ai servizi essenziali e stare con le loro famiglie, proprio come tutti i bambini. È la realizzazione di questi diritti che offre ad ogni bambino le migliori opportunità per un futuro sano, felice e produttivo.

La detenzione e la separazione familiare sono esperienze traumatiche che possono rendere i bambini più vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi e creare stress dannosi che, come hanno dimostrato numerosi studi, possono avere un impatto sullo sviluppo a lungo termine dei bambini». Secondo Fore, inoltre, «Tali pratiche non sono nell'interesse di nessuno, tanto meno dei bambini che più ne subiscono gli effetti.

Il benessere dei bambini è la questione più importante. Per decenni, il Governo degli Stati Uniti e la sua popolazione hanno sostenuto i nostri sforzi per aiutare i bambini rifugiati, richiedenti asilo e migranti colpiti da crisi in tutto il mondo. Che si tratti di guerra inSiria o in Sud Sudan, carestia in Somalia o terremoto ad Haiti, gli Stati Uniti sono stati lì per aiutare e accogliere i bambini sradicati. Spero che l'interesse superiore dei bambini rifugiati e migranti sia considerato primario nella applicazione delle procedure e delle leggi statunitensi in materia di asilo».

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/19/unicef-straziante-separare-i-bambini-migranti-dai-genitori/147266/

[Fonte: Vita.it - di Ottavia Spaggiari]

Picco di adesioni a Refugees Welcome Italia, l’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati, che negli ultimi otto giorni ha registrato un aumento di oltre l’80% nelle iscrizioni con circa 40 nuove famiglie pronte ad aprire le porte a chi scappa da guerre, persecuzioni e povertà

È un’altra Italia quella raccontata dai dati di Refugees Welcome. L’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati negli ultimi otto giorni ha registrato un aumento di oltre l’80% nelle iscrizioni alla piattaforma. «È come se avessimo assistito ad un’esplosione della società civile. Tra le motivazioni per cui decidono di fare questo passo, molti riportano il bisogno di attivarsi in un momento di fortissima chiusura da parte del governo», spiega Musicco, Presidente di Refugees Welcome Italia, che oltre all’aumento delle iscrizioni ha ricevuto anche un forte incremento nella richiesta di volontariato.

Questo uno dei messaggi ricevuti dall’Associazione: «Vorremmo fare qualcosa di concreto per aiutare chi è in difficoltà. Crediamo sia giusto per chi, come noi, vive in un paese meno svantaggiato di altri e che attraversa una fase storica in cui il senso di umanità sembra essere smarrito. Speriamo davvero di poter, nel nostro piccolo, fare la differenza».

Novanta le famiglie che hanno partecipato al progetto negli ultimi due anni e mezzo. Un target misto, dalle giovani coppie, agli anziani, alle famiglie con figli. «Solitamente le convivenze durano tra i sei mesi e un anno. Qualcuna si trasforma e la persona rimane all’interno della famiglia. Certo è che in molti casi l’opportunità di essere accolti in casa rappresenta un vero e proprio momento sliding door per le persone che, in questo modo, entrano in un ricco circuito relazionale».

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/article/2018/06/19/i-porti-chiudono-ma-sempre-piu-italiani-aprono-le-loro-case/147271/

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