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Marco Calamai, una carriera in Serie A, allena autistici, disabili, down, iperattivi. «Guardare il canestro è una rivoluzione per chi è abituato a tenere gli occhi verso terra»

[Fonte: Corriere della Sera, Buone notizie - di Roberto De Ponti]

Il canestro sta lassù, in attesa di un pallone, 305 centimetri sopra quel gruppo di ragazzi tanto rumorosi quanto disciplinati. In mezzo a loro, un allenatore che tradisce la propria età, 66 anni, solo per il colore dei baffi, ormai tendente al grigio, ma che sul campo mette stessa energia e stesso entusiasmo dei suoi allievi. Guidato da una filosofia semplice ed efficace: «Il canestro, quel canestro, è una metafora ma è assolutamente reale. Il basket è lo sport più bello e intelligente del mondo perché è l’unico sport che tende al cielo». Che detto così non sarebbe poi niente di speciale, se non fosse che a guardare al cielo sono ragazzi che lontano dal campo di gioco raramente alzano la testa.

Autistici, per la maggior parte. Disabili, down, caratteriali, iperattivi. Le definizioni pesano come pietre. Eppure. «Eppure guardare in alto, verso il canestro, è una rivoluzione per chi è abituato a tenere gli occhi verso terra, è come se scoprissero un mondo nuovo». In realtà, più semplicemente, scoprono il mondo, punto. Il tizio con i baffi che urla istruzioni, incita, lancia il pallone, fa correre il gruppo, si chiama Marco Calamai. È l’allenatore. Non è un allenatore qualsiasi: 365 partite in panchina in serie A parlano per lui. Tra Ferrara, Pavia, Reyer Venezia, Firenze, Fortitudo Bologna, Libertas Livorno. Sempre alternativo.

Classe 1951. Sciarpa, baffoni e capello lungo. La mattina, anziché andare in palestra, faceva fruttare la sua laurea in filosofia insegnando lettere in un liceo. «Credevo che svegliarsi il lunedì mattina rimuginando su una partita persa per un canestro sbagliato fosse un errore, così ho deciso di continuare a fare il professore anche quando l’attività di allenatore è diventata una professione vera: a scuola dovevo pensare a insegnare, a risvegliare la curiosità dei miei studenti. Nient’altro». Non un allenatore qualsiasi. Votato allenatore dell’anno in serie A nel 1982, campione del mondo alla guida della Nazionale militare nel 1990. Fu lui a far debuttare un giovanissimo Gianmarco Pozzecco a Livorno, quel Pozzecco che poi avrebbe trascinato l’Italia fino all’argento olimpico di Atene 2004. Insomma, una carriera vera. Poi la svolta. Nel 1994 Livorno, la sua squadra salta: non ci sono più soldi. Calamai non si guarda neppure in giro, non cerca un’altra panchina, a 43 anni si scopre stanco. «All’improvviso mi sono reso conto che non insegnavo più, che dovevo ogni giorno lottare con ragazzi che non vivevano la palestra come un gioco ma come un lavoro e che ascoltavano solo se stessi e i procuratori. E ho detto basta».

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: https://www.corriere.it/buone-notizie/18_maggio_14/guardate-sempre-alto-ecco-basket-terapia-gigante-buono-13a1fe06-5791-11e8-bd9c-ca360360a9e7.shtml

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