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I centri di ascolto dedicati a prevenzione, gravidanza, aborto, salute sessuale hanno perso il carattere di intervento socio-sanitario.

[Fonte: Corriere della Sera, Buone Notizie - di Margherita De Bac]

Hanno ancora senso i consultori? Non esita Marina Toschi, vicepresidente dell’associazione Agite, i ginecologi del territorio:«Chi ci ha dedicato la vita come me risponde sì, sì e di nuovo sì. I centri hanno anticipato la medicina di genere e le attività multidisciplinari per la donna. È stata un’intuizione. Ora ne è rimasto ben poco ma i bisogni non sono diminuiti, pensiamo soltanto alle tante immigrate e alle giovani di adesso che non ne hanno mai sentito parlare. Vanno difesi e reinventati, fatti conoscere e messi sul web». Non ha perso lo spirito degli anni 70, Marina, pioniera delle «creature» della legge che li ha istituiti nel ’75, responsabile dei consultori del Distretto del Trasimeno, Umbria. Come 43 anni fa è convinta sia necessario dare riconoscimento e impulso ai servizi nati come luoghi di ascolto di donne, figli, coppie, dedicati a prevenzione, procreazione responsabile, salute sessuale, gravidanza, aborto, infertilità, mansioni queste ultime due attribuite con successivi interventi legislativi.

Ogni Regione ha sviluppato con delibere locali alcune delle indicazioni generali inquadrate dalla cornice nazionale. Risultato, una diversità di interpretazione che in certi casi ha stravolto la natura dei consultori. Il rischio è che perdano identità e vengano omologati alle tradizionali strutture di specialistica ambulatoriale, denuncia nel libro edito da «L’asino d’oro» nel 2013, Giovanni Fattorini, uno dei protagonisti della fase di partenza in Emilia Romagna. Non solo. Gli attori della rivoluzione sono sulla via del pensionamento. Con loro se ne sta andando lo spirito di quegli anni: «Da tempo chiediamo dignità professionale per gli operatori. I consultori sono spesso unità operative di serie C, sganciate dal resto della Sanità, estranei ad ogni logica di carriera e di percorso formativo del medico».

Il processo di perdita delle caratteristiche iniziali è scattato a fine Anni 90: «Tendono a trasformarsi in meri punti di erogazione di servizi già forniti in ospedale, perdono quel carattere distintivo di intervento socio-sanitario», nota il ginecologo Corrado Melega nella prefazione al libro di Fattorini. Alcune Regioni invece continuano a crederci, come Emilia Romagna, Toscana, Piemonte e Lazio che ha appena assegnato un finanziamento di oltre 13 milioni per il rilancio delle attività di prevenzione e screening oncologici. Qualcosa forse sta cambiando. Il 28 maggio si riunisce al ministero della Salute il tavolo di lavoro istituito dalla ministra Beatrice Lorenzin che ha incaricato l’Istituto Superiore di Sanità di procedere a un’indagine approfondita, la prima. Quanti sono i consultori, dove sono, l’organico, il profilo degli operatori, che attività svolgono. Serena Battilomo, che si occupa di promozione e tutela della salute della donna al Ministero, pensa a un osservatorio permanente.

I dati disponibili sono vecchi e incompleti. L’unico riferimento è la tabella allegata alla relazione annuale sulle legge 194 (interruzione volontaria di gravidanza). I consultori pubblici sarebbero 1.944, i privati 147. L’ultima conta ministeriale risale al 2008: i pubblici risultano 2097. Dal ‘75 a oggi c’è una novità. I nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza, cioè l’elenco delle prestazioni riconosciute e rimborsate dalla sanità pubblica) pubblicati a gennaio 2017, all’articolo 24 hanno definito le attività dei centri. Viene anche elencata l’informazione sugli anticoncezionali, spesso trascurata.

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https://www.corriere.it/buone-notizie/18_maggio_22/hanno-ancora-senso-consultori-bisogni-non-sono-diminuiti-3bcc9b10-5daa-11e8-b13c-dd6bf73f9db5.shtml

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