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 [Fonte: Vita.it - di Ottavia Spaggiari]

Insieme a Coopi, l’unica Ong italiana presente sul territorio, siamo entrati nel cuore dell’emergenza umanitaria più complessa dei nostri giorni, tra chi è sopravvissuto agli attacchi del gruppo terroristico e chi cerca di ricostruirsi una vita, sfidando i cambiamenti climatici che, negli ultimi cinquant'anni, hanno visto ridurre il Lago del 90% rispetto alla sua dimensione originale

«Bienvenue a Bol», Benvenuti a Bol. Mentre sorpassiamo il cartello arrugginito che brilla sotto il sole africano, l’autista di Coopi, l’unica Ong italiana presente a Bol, non riesce a trattenere una risata e ripete la frase ad alta voce, con il tono ironico di chi sa bene che ci sono pochi posti meno accoglienti di questo. Percorrendo le strade sterrate nella via principale del Paese, la sabbia entra dai finestrini della jeep. È fine giornata ma il caldo non accenna a diminuire. Non è nemmeno inizio marzo ma il termometro supera già i trentacinque gradi, eppure è solo l’inizio, tra un mese qui le temperature raggiungeranno i cinquanta.

Fuori dall’auto, la vita del paese, decine di bambini che giocano per strada, donne impegnate a raccogliere l’acqua dal pozzo, uomini seduti davanti alle piccole botteghe di fango e lamiera ai lati delle strade. È difficile però associare l’idea di routine quotidiana a Bol perché questo paesino di 6mila abitanti sul Lago Ciad non ha nulla di ordinario.

Le poche macchine che incontriamo sono le jeep delle Nazioni Unite e di Medici senza Frontiere, come a segnare l’ingresso nel cuore di quello che il New Yorker ha definito “il disastro umanitario più complesso dei nostri giorni”, una crisi in cui l’instabilità di uno stato fragilissimo e i cambiamenti climatici che hanno stravolto la vita di chi vive qui, si aggiungono all’emergenza Boko Haram, il gruppo terroristico che nei territori vicini, al confine con Niger e Nigeria e sulle isole del Lago, ha devastato interi villaggi, ucciso migliaia di persone e costretto altre decine di migliaia a cercare rifugio sulla terraferma, nei territori che non sono ancora stati attaccati, come questo.

«Sono arrivati di notte e hanno distrutto tutto», mi racconta Hawa Qual, 35 anni e madre di sette figli mentre sediamo sotto un parasole di paglia, insieme ad una decina di donne nel campo profughi di Flataari, a pochi chilometri da Bol. Qui Coopi offre assistenza psicologica e psichiatrica ai sopravvissuti di Boko Haram. «Sapevo nuotare. Ho nuotato e nuotato, per portare i bambini a riva. Poi tornavo indietro a prendere gli altri e ripartivo». Quando chiedo al traduttore di dirle nella sua lingua che è stata davvero forte, lei accenna il sorriso triste di chi crede che la propria storia in un contesto come questo non abbia niente di eccezionale. «Non è forza, è sopravvivenza. Ho fatto quello che farebbe chiunque».

ui sul Lago le storie straordinarie sono merce comune, ognuno dei profughi che è riuscito a mettersi in salvo ne porta una con sé. Abu Bkar era un piccolo commerciante prima che la sua isola venisse attaccata. Con il suo dromedario raggiungeva i mercati sulla terraferma per andare a vendere i prodotti del suo campo. «Io e mia moglie stavamo dormendo. Abbiamo sentito gli spari, le urla. Siamo riusciti a scapparesul nostro dromedario, guadando il lago e quando siamo arrivati a riva abbiamo viaggiato per giorni e giorni, per arrivare il più lontano possibile», spiega con la voce spezzata. «Noi ce l’abbiamo fatta ma il dromedario non ha sopportato la fame e la fatica ed è morto. Abbiamo perso la nostra terra, quell’animale era tutto quello che ci era rimasto». I racconti simili a quello di Hawa e Abu si moltiplicano sul Lago.

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.vita.it/it/story/2018/03/26/lago-ciad-viaggio-tra-i-profughi-di-boko-haram/204/

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