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Sono ormai 25 anni che lavoriamo allestendo spazi, contesti, luoghi con i giovani perché avvenga quello che noi abbiamo più volte sperimentato in prima persona: un apprendimento esistenziale che dia anima alla crescita piena delle persone e che solleciti a sortire insieme dai problemi. Costruire contesti sociali in cui lo “stare insieme”  è progettato per “fare qualcosa insieme” ha permesso all’innovazione, alla creatività di fare fiorire progetti di senso per singoli e per gruppi e addirittura di offrire un contributo di rigenerazione di legami e della comunità. In questa rivista abbiamo raccontato di Spazio X e di Meltin Pop come imprese giovanili che ripensavano una prassi di intervento di politiche giovanili e di animazione sociale e culturale e che pur, con limiti e criticità, ha costituito per molti (e i numeri di coloro che sono venuti a visitare quelle esperienze sono importanti, con nostro stupore,) una possibilità di riflessione su come porre i giovani al centro della riorganizzazione della speranza e del futuro  delle nostre città. La nostra ricerca, sollecitata anche dall’interesse che molti hanno mostrato per questi esperimenti, non si è affatto conclusa. Si è allargata su territori diversi ed ha messo al centro oggetti nuovi e antichi. L’oggetto che una serie di spazi di nuova generazione sta  sollecitando è quello dell’apprendimento dall’esperienza.

E’ noto ormai a tutti il dato dell’incidenza dell’educazione non formale nella formazione delle giovani generazioni e della connessione fra questo dato e l’attenzione al tema delle competenze acquisite in tali situazioni come facilitanti l’immissione e la permanenza nel mondo del lavoro.

Se a questo dato aggiungiamo la riflessione su quanto sia importante oggi sapersi muovere fra apprendimento di tipo 2 o deuteroappredimento che semplifichiamo descrivendolo con il “come si fa ad apprendere” e quello di tipo 3 o terziario, che definiamo l’apprendere a disapprendere, così come vengono presentati da Bauman in una specifica rilettura di Bateson ragionando sull’apprendimento nella società liquida (La società individualizzata il Mulino, Bologna, 2002  pp 159-161), ecco che le ragioni per porre attenzione a questi temi ci sembrano forti.

Per questo e per la necessità di definire una cornice adeguata all’oggi, per la propria azione animativa/educativa la questione dell’apprendimento dall’esperienza e delle condizioni che lo facilitano è cruciale.

Pertanto, cosa significa oggi allestire luoghi, spazi, contesti in cui sia possibile apprendere dall’esperienza?

Intanto dobbiamo partire da cosa significhi apprendere dall’esperienza, che da un certo punto sembrerebbe assiomatico e autoevidente, ma che, in realtà richiede, un certo livello di attenzione.

Innanzitutto tale approccio deve essere assunto come criterio ordinatore delle attività, degli strumenti, dei ruoli che vengono messi in atto[1], ove si intenda per esperienza l’esito di un processo di trasformazione che l’individuo opera e conduce da un fatto dell’esistenza, da una situazione della realtà, a un apprendimento.

In tale ottica, l’esperienza è una forma di sapere profonda, che nasce dalla vita quotidiana e dalla sua rielaborazione, che non è data, ma si costruisce dinamicamente in maniera del tutto soggettiva, processuale, non lineare, mettendo  la persona nell’opportunità di entrare in rapporto con il mondo e di trasformarlo e, viceversa e contestualmente, consentendo alla persona il cambiamento (l’azione animativa e formativa) attraverso il rapporto con la realtà (fatta di persone, oggetti, ambienti, tecnologie, ecc.).

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui:  http://www.vedogiovane.it/?p=65

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