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Micaela è pioniera della ‘socially engaged art’ che coinvolge in lavori creativi comunità fragili o emarginate

[Fonte: Buone Notize, Corriere della Sera - di Anna Gandolfi]

Questa storia comincia da una strada che nessuno vuole attraversare. New York, 1990. Chelsea è una giungla di insegne dozzinali e palazzacci. Mattoni rossi, garage e officine, depositi di taxi e robivecchi: gli hangar industriali sono hangar e basta, impensabile l’aura chic del quartiere di oggi. «Ma la rivoluzione era dietro l’angolo, a Soho i prezzi stavano salendo e per le vie di Chelsea si cominciavano a vedere gli agenti immobiliari…». Micaela Martegani arriva da Milano quell’anno, fresca di laurea in Storia dell’arte alla Cattolica. Trova (casualmente) una stanza nella Midtown Manhattan e capisce subito cos’è a stuzzicare le agenzie: i capannoni sono cornici perfette per le installazioni dei creativi emergenti. «Chelsea aveva tutto: prezzi bassi, spazi enormi, condomini pittoreschi quanto basta». Nel giro di qualche anno quello degli atelier diventa un assalto: sfrattano i meccanici, le botteghe diventano boutique. Ed è qui che troviamo «la» strada, la 10th Avenue. «A Est c’erano gli alloggi popolari, a Ovest le gallerie. Nessuno attraversava più: il quartiere era spaccato a metà». Da una parte vetrine lustre e opere concettuali, dall’altra anziani sulle sedie di plastica, pallonate in cortile, operai. Vecchi e nuovi inquilini si guardano in cagnesco. «L’arte contemporanea può apparire incomprensibile, piacere o non piacere, ma la creatività è un bene per tutti, non è giusto sia elitaria, non deve intimorire, far sentire inadeguati, dividere». Micaela, che a lungo ha lavorato nei musei, ne è convinta. Così fonda More art, una non profit che dal 2004 diventa il suo impegno a tempo pieno. L’idea: costruire un ponte fra creativi e comunità locali povere o emarginate. Oggi l’organizzazione collabora con firme di fama planetaria: Andres Serrano, Ernesto Pujol, Tony Oursler, Joan Jonas. La non profit mantiene dimensioni ridotte (cinque dipendenti, 350-400 mila euro di fondi raccolti e reinvestiti interamente, a parte le spese vive, su uno o due progetti chiave l’anno) ma è caso di studio alla New York University e al Chicago Art Institute. Non solo. Quando l’Università Cattolica lancia un master per «creatori di cultura», Micaela Martegani viene arruolata fra i testimonial «in virtù dell’originalità della sua idea che lega arte e sociale».

Torniamo al 2004. L’avvio è stato complicato. «Oggi per il nostro ambito c’è una definizione precisa: socially engaged art, arte socialmente impegnata, ma allora cercavamo contributi e la gente ci guardava con due occhi così: il terreno era ibrido, non era didattica, né educazione, né arte pura». Poi i fondi arrivano. Uno dei primi progetti coinvolge proprio la Chelsea popolare: nel 2005 la performer Anna Gaskell lavora sul concetto di telefono senza fili con le dodicenni della Clinton middle school. Racconta loro una storia, le ragazze la ripetono in video adottando punti di vista diversi, entrano nell’opera. Diventano l’opera. E fanno il botto: il film arriva al festival del cinema di Toronto e a quello di Locarno, poi al Guggenheim Museum di New York. Alcune performance hanno un’eco enorme: quando il polacco Krzysztof Wodiczko raccoglie gli incubi, lo stress, la vergogna nelle parole di quaranta veterani di guerra, animando con le proiezioni di volti e mani la statua di Abraham Lincoln in Union Square, le immagini fanno il giro degli Usa. Poi tocca a Serrano, che con le foto dei senzatetto del Village tappezza la fermata West 4th Street: è «Station Domination», incoronato «Miglior progetto d’arte pubblica 2015» da Americans for the arts. In questi giorni, con Sari Carel, la non profit entra negli ospedali per un’opera d’arte vocale, intrecciando i respiri affannosi della città, come quelli di chi si è ammalato tra le macerie del World Trade Center.

Per saperne di più clicca sul link sopra, oppure qui: http://www.corriere.it/buone-notizie/18_marzo_16/arte-chelsea-unisce-star-poveri-a57d25f8-293d-11e8-b8d8-0332a0f60590.shtml

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